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Precarietà diffusa


di Adele Patriarchi

«Stare alla catena di montaggio è come salire al contrario
su una scala mobile e lavorare contemporaneamente»
(Lavoratore della Fiat di Pomigliano)[1]

«Vogliamo la libertà di declinare i verbi al futuro»[2]
«Da grande non voglio fare il precario»
(Striscioni degli Studenti alla manifestazione della Fiom del 14 novembre 2010)

1)    La trasformazione del paradigma
L'ideale lavoristico prevalente nel mondo occidentale, sino all'avvento del post-fordismo e del lavoro flessibile,  è stato quello del lavoro vocatovocazionale (A. Negri, Filosofia del lavoro, 7 voll., Settimo Milanese 1980-1982). Per lavoro vocato intendiamo che l'impegno in una attività professionale sia determinata dalle doti, dalle capacità, dalle predisposizioni con cui un individuo nasce. Tale modalità di intendere il  lavoro emerge già nella filosofia greca e trova nella Repubblica di Platone una sua precisa formulazione. In Platone lo stato nasce perché gli esseri umani non sono autosufficienti  ma hanno una molteplicità di bisogni che possono essere soddisfatti solo attraverso la collaborazione con altri individui capaci di produrre i beni e offrire i servizi di cui hanno necessità. Poiché i beni materiali o immateriali che servono a soddisfare i bisogni umani possono essere prodotti unicamente attraverso il lavoro, quest'ultimo  può essere considerato in generale  il fondamento su cui viene eretta la comunità. Più nello specifico, ogni essere umano nasce con delle caratteristiche che lo differenziano dagli altri, ossia con la predisposizione per una particolare attività lavorativa che, per essere svolta proficuamente, deve essere esercitata in via esclusiva per tutta l'esistenza (Rep., 370 a-b). In base alle proprie doti, alle proprie attitudini naturali, si viene collocati in una classe determinata della società (produttori, guerrieri, filosofi re) che, come il lavoro che si svolge, non può essere mai «trascesa», cioè abbandonata, nel corso della propria esistenza. Ove ciò accadesse si cadrebbe, sia per l'individuo che per lo stato nel suo complesso, in una condizione di adikia, di ingiustizia. Per Platone, quindi, il mancato rispetto delle attitudini naturali e del ruolo sociale che ne deriva, porta l'individuo a entrare in contraddizione con se stesso e a svolgere male la propria funzione, provocando un danno all'intera collettività (Rep., 374 b-c). La tematica del lavoro è centrale anche nella tradizione cristiana. Nel cristianesimo il lavoro umano è un «destino», a cui bisogna necessariamente attendere a causa della condanna biblica che colpisce Adamo in seguito alla sua ribellione alla volontà divina. Un lavoro che è caratterizzato da dolore, fatica, sofferenza, perché la terra non è un luogo sacro, come l'Eden, ma è maledetta perché da frutto solo se lavorata (Genesi, 3, 17). Tale destino deve essere rispettato sia se si vuole sopravvivere («chi non vuole lavorare, neppure mangi», 2Tessalonicesi, 3, 10) che se si vuole entrare nel regno dei cieli (Matteo, 19, 24). Anche nel cristianesimo è presente l'immagine platonica del lavoro come attività esclusiva a cui l'uomo deve attendere per tutta la propria esistenza: «Sta fermo al tuo impegno e fanne la tua vita, invecchia compiendo il tuo lavoro» (Siracide, 11, 20). Ancora S. Paolo: «ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il signore, così come Dio lo ha chiamato» (I Corinzi, 7, 17-20). Il lavoro, quindi, è una «vocazione», un'attività a cui Dio ci ha «chiamato» e, in forza della propria sacralità, non può essere cambiato: deve essere ottemperato per tutta la durata della propria esistenza. In maniera ancora più esplicita, nel calvinismo si afferma che colui che non si attiene alla propria vocazione agisce con «temerarietà» perché pretende di «superare i suoi limiti»: abbandonarsi alla «desultoria levitas», cioè alla «leggerezza saltellante» che conduce a cambiare continuamente mestiere ignorando la propria vocazione, sarebbe un crimine agli occhi di Dio (G. Calvino, Istitutio Christiana, III, 10, 6). La concezione protestante del lavoro come vocazione diventerà il pilastro etico del modo di produzione capitalistico che individuerà nella divisione del lavoro teorizzata da Adam Smith il suo pilastro economico. Nella Ricchezza delle nazioni, l'uomo viene definito come naturalmente economico, a differenza di tutti gli altri esseri viventi, perché tende a soddisfare i propri bisogni attraverso lo «scambio», tramite il «traffico». Da questa naturale tenenza al traffico nasce la «divisione del lavoro», intesa da Smith sia come il moltiplicarsi delle professioni che come la forma specifica di organizzazione del lavoro che si attua nella manifattura. In quest'ultima, il ciclo produttivo di un bene non è sviluppato da una sola persona, come nel lavoro artigiano, ma viene suddiviso assegnando compiti diversi a lavoratori diversi. Il lavoratore si trova così costretto a svolgere poche e semplici operazioni ripetitive che annullano qualunque talento naturale (Roma 1976, III, p. 93). La vocazione dell'uomo, nel pensiero liberale, diventa quindi quello a farsi «lavoratore diviso», condizione che viene «naturalizzata» fino a farne un destino ineluttabile, così come il marxismo denuncerà con forza.

Il XX secolo ha visto la trasformazione dal lavoro vocato al lavoro flessibile, in particolare con l'apparire del toyotismo e la sua traduzione all'interno dell'impresa post-fordista. Ancora nel fordismo l'ideale del lavoro vocato è affermato nelle sue caratteristiche fondamentali: il legame tra attitudini naturali e professione, la durata vitalizia di un mestiere e la stabilità della sua collocazione spaziale. Chiaramente, l'esistenza del posto di lavoro a vita nel fordismo è dovuto agli esiti del conflitto di classe, in una situazione storica in cui l'esistenza di un'alternativa politica ed economica al capitalismo, il socialismo reale, sostiene la capacità contrattuale del lavoro rispetto al capitale.

Negli anni settanta il sistema fordista entra in una crisi profonda. Le ragioni sono varie. In primo luogo la caduta del sistema di Bretton Woods, sancito da Richard Nixon nel 1971, spinge all'estremo il processo di finanziarizzazione dell'economia. Dopo solo due anni, la crisi petrolifera crea una situazione inedita in economia detta stagflazione che decreta la fine dell'economia keynesiana che aveva sostenuto il fordismo. A tali fattori si aggiunge una diminuzione della produttività dell'impresa fordista (AA.VV., La flessibilità del lavoro in Europa, Milano 1987, p. 41), anche in seguito allo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche che mettono in crisi l'industria pesante. In questa situazione di caduta generalizzata dei profitti, una delle pochissime imprese che riescono a contenere la flessione è la fabbrica giapponese di automobili Toyota Motor Company che, riprendendo sin dal 1975 a realizzare una crescita dei propri utili, attrae l'attenzione delle altre imprese giapponesi e del capitalismo internazionale.

A partire dalla consapevolezza dell'accresciuta competitività giapponese, nel 1984, presso il Massachusetts Institute of Technology, nasce l'International Motor Vehicle Program che analizza oltre novanta stabilimenti di assemblaggio di auto appartenenti a diciassette nazioni diverse, circa metà dell'industria di assemblaggio mondiale. I risultati di questi studi vengono pubblicati, nell'ottobre del 1990, nel libro The machine that changed the world (Milano 1993), in cui la IMVP afferma la nascita, in Giappone, di un nuovo modello di organizzazione dell'impresa detto lean organization (organizzazione snella) e di un nuovo modello produttivo detto lean production (produzione snella) alternativo sia a quello artigianale che alla produzione di massa tipica del fordismo. Tale modello era ritenuto adatto a sostenere una condizione di mercato a «crescita lenta», cioè limitato e che tendeva a saturarsi rapidamente, producendo beni molto variegati in quantità ridotte e ottenendo ugualmente un abbassamento dei costi.

Secondo Taiichi Ohno, ritenuto il padre del toyotismo, i «pilastri» del sistema di produzione Toyota sono il just in time e l'autoattivazione. Il just in time parte dal presupposto che il profitto dell'azienda sia inscindibilmente legato alla riduzione dei costi, per cui bisogna disporre dei componenti richiesti «nel preciso momento in cui ce n'è bisogno e solo nella quantità necessaria». Il secondo «pilastro» del sistema di produzione Toyota è l'«autonomazione» o l'autoattivazione: le macchine odierne sono capaci di un'altissima produttività, tuttavia basta un piccolo inconveniente perché vengano realizzati centinaia di pezzi difettosi. Diventa allora necessario installare macchinari «autoattivati» cioè che posseggano «un dispositivo d'arresto automatico che entra in funzione in caso d'anomalia».

Il principio dell'autoattivazione modifica, fortemente il ruolo del lavoratore rispetto al fordismo, perché «l'intervento umano si rende necessario solo in caso d'anomalia. Questo fatto comporta che una sola persona può accudire più macchine, rendendo possibile la riduzione del numero degli operai e l'aumento dell'efficienza produttiva». Al contrario dei lavoratori che si trovavano alla base dell'organizzazione fordista, che erano privi di ogni specializzazione, il lavoratore del sistema Toyota, in forza di quella che Gehlen chiamerebbe la capacità «esonerante» della tecnica (L'uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo, Milano 1983), diventa multifunzionale, diventa poliattivo in senso platonico. Mentre nel fordismo bisognava ridurre al minimo i movimenti dell'operaio e, quando possibile, fargli fare soltanto «una cosa con un unico movimento», il lavoratore nel toyotismo deve fare fronte a «più macchine e a più compiti» (Lo spirito Toyota, Torino 2004, pp. 3-19). I lavoratori della Toyota devono essere multiprofessionali anche e soprattutto perché in seguito alle lotte sindacali degli anni cinquanta avevano ottenuto il posto di lavoro a vita e, quindi, la loro forza lavoro era considerata «a breve termine un costo fisso come il macchinario dell'azienda». Era quindi necessario «cercare di accrescere le capacità dei dipendenti e approfittare della loro competenza ed esperienza oltre che dei loro muscoli» (La macchina che ha cambiato il mondo cit., pp. 62-63). Del dipendente, divenuto per l'impresa un costo fisso, bisogna utilizzare non solo il lavoro manuale ma anche quello intellettuale: deve conoscere il funzionamento dell'intero processo produttivo, perché è responsabile del controllo di quei fattori che possono determinare errori e provocare una diminuzione della qualità dei prodotti; per questa ragione il lavoratore può fermare sia le macchine a cui è addetto che la stessa linea di produzione, una decisione che nell'impresa fordista poteva essere presa solo da pochi funzionari responsabili della linea (Lo spirito Toyota cit., p. 12). Nel toyotismo si affaccia inoltre la nozione di employee involvement, di coinvolgimento del personale; il lavoratore si deve sentire responsabile dell'andamento dell'impresa, collaborando attivamente con tutte le figure professionali che sono presenti nell'organizzazione. Tale coinvolgimento vale anche per il «raggiungimento del comune obiettivo» della «riduzione dei costi». Soprattutto perché a essere un «costo» è proprio la manodopera a cui si chiede di essere «coinvolta», «responsabile», propositiva e produttiva. Ciò significa che il lavoratore deve essere disposto ad accettare il proprio licenziamento, la propria «riduzione» qualora questa fosse necessaria per il risanamento dell'impresa, così come deve accettare un mutamento del proprio ruolo affinché l'impresa possa essere abbastanza flessibile da affrontare i mutamenti che avvengono sul mercato. Il sistema di produzione toyota deve essere flessibile e ha bisogno, quindi, di «formare il carattere» dei lavoratori in modo che siano altrettanto flessibili (Ivi, pp. 77-78).

Possiamo quindi affermare che il toyotismo incrini una delle caratteristiche principali del lavoro vocato, la relazione fra doti naturali e monofunzionalità del lavoratore. Il fatto che esso lasci inalterata la continuità temporale e spaziale del lavoro è un dato puramente contingente, dovuto alla situazione storica concreta in cui questo sistema di produzione si è sviluppato e, soprattutto, conseguente agli esiti del conflitto di classe svoltosi in Giappone negli anni cinquanta e conclusosi con la netta riduzione della manodopera impiegata e l'assunzione a tempo indeterminato di quella rimanente.

In Occidente, gli anni ottanta e novanta hanno segnato una fase di transizione verso la nascita di un nuovo sistema produttivo e di un nuovo paradigma d'impresa che oggi viene per convenzione definito post-fordismo. Il post-fordismo, detto anche fordismo flessibile, è caratterizzato dall'adattamento alla realtà occidentale della lean organization, della lean production e del toyotismo come forma di organizzazione del lavoro. Tuttavia, nel corso di tale occidentalizzazione sono state apportate trasformazioni sostanziali al modello originario che hanno radicalizzato l'elemento della flessibilità: la lean production viene ormai definita produzione flessibile e il toyotismo è diventato lavoro flessibile. Il post-fordismo parte dal presupposto che il profitto dell'azienda sia inscindibilmente legato alla riduzione dei costi e che la produzione sia orientata a soddisfare le esigenze specifiche della domanda nel momento in cui si manifestano, senza pretendere di produrre beni che appaghino bisogni futuri che non sono prevedibili. Per soddisfare la domanda è necessario che le linee produttive siano flessibili, perché debbono potersi adeguare alla possibilità che la produzione di un bene debba essere aumentata, diminuita o eliminata o che il prodotto stesso vada modificato. Perché ciò sia possibile, i lavoratori debbono a propria volta essere flessibili, cioè capaci di seguire il destino della produzione. E così, se il prodotto viene modificato il lavoratore deve imparare ad adeguarsi al cambiamento, se la sua produzione viene ridotta o eliminata, vengono fatti tagli anche al personale che diviene, secondo il principio del just in time, un puro costo, uno spreco.

Evidentemente, il modello del lavoro a tempo pieno e a durata indeterminata non si adatta più alla politica di «reinvenzione» continua a cui le aziende sottopongono le proprie istituzioni e le proprie linee produttive non solo a causa delle condizione del mercato ma anche, e forse soprattutto, a causa della «impazienza» dei mercati finanziari e degli azionisti. Di conseguenza, i nuovi contratti di lavoro tendono innanzitutto a perdere la continuità temporale sia per ciò che riguarda l'organizzazione della giornata lavorativa (flessibilità dell'orario di lavoro) che per l'uso sempre più frequente di determinare preventivamente il momento di conclusione del rapporto lavorativo. La grande diffusione del contratto di lavoro a termine o a tempo determinato nasce proprio per consentire all'azienda di fare fronte all'assenza momentanea di una determinata figura professionale, sia esso un lavoratore manuale privo di specializzazione che un dirigente. I nuovi contratti tendono, inoltre, a corrodere la stabilità spaziale in cui veniva esercitato un lavoro, per cui il lavoratore deve essere «mobile», cioè svolgere la propria funzione in luoghi diversi determinati di volta in volta dalle necessità del mercato. Quest'ultima forma di flessibilità è la più pericolosa perché significa spesso il licenziamento da un posto di lavoro (downsizing) senza avere la sicurezza di trovarne un'altro. La flessibilità manifesta così il suo volto più temibile, quello della precarietà. Infine, i nuovi contratti sono sempre meno subordinati e più autonomi, proprio a voler rimarcare la sempre più vasta assunzione di responsabilità del lavoratore, chiamato a farsi  self made man.

È evidente che nel post-fordismo non è stato copiato il «compromesso Toyota, cioè lo scambio fra il posto a vita e l'impegno totale» (A. Accornero, San Precario lavora per noi, Milano 2006, p. 16) ma è anche evidente il fatto che questo stesso «compromesso» è stato il frutto di una battaglia sindacale, di un conflitto di classe, svoltosi in presenza di un'alternativa al capitalismo rappresentata dal socialismo reale. Il capitalismo oggi, in una fase in cui può farsi globale proprio perché manca tale alternativa storica, non ha bisogno di cercare un «compromesso» perché può esercitare il proprio potere contrattuale da una posizione di forza, corrodendo la stabilità spaziale e temporale del lavoro. L'esito è la diffusa precarizzazione della attività lavorativa che, in Italia grazie alla Legge 30, sta colpendo ormai due generazioni di giovani e che viene utilizzata come ricatto per giustificare l'aumento della «flessibilità in uscita» (leggasi possibilità di licenziare) dei lavoratori con contratti a tempo indeterminato, ideologicamente accusati di essere eccessivamente tutelati e di causare la disoccupazione dei propri figli. L'attacco allo Statuto dei lavoratori, e in particolare all'articolo 18, sono un segnale chiarissimo di quanto, sotto l'egida della Comunità Europea, si miri a una precarizzazione diffusa del lavoro. E così, un capitalismo sempre più assistito dallo Stato pretende che il lavoratore faccia propria la cultura del rischio, al punto tale da chiedergli di rinunciare a ogni assistenza statale e/o sindacale, divenuta simbolo di arretratezza e fonte di squilibrio economico.

 

2) Flexicurity
Una rapida analisi del Green paper del 22 novembre 2006, dedicato a Modernizzare il diritto del lavoro per affrontare le sfide del XXI secolo (Com, 2006, 708), chiarisce il contesto culturale e giuridico in cui si muoveva il liberismo europeo e quello italiano, poco prima che scoppiasse la crisi economica.

Secondo la Commissione Europea, il mercato del lavoro risulta diviso in due: da un lato i lavoratori «integrati» (insider), con contratti di lavoro standard e la possibilità di accedere ai benefici sociali; dall'altro i lavoratori «esclusi» (outsider), intendendo con questa espressione «i disoccupati, le persone separate dal mercato del lavoro e quelle che si trovano in situazioni di lavoro precarie e informali». Quest'ultimi occupano una sorta di zona «grigia», nella quale «i diritti fondamentali del lavoro o della protezione sociale possono essere considerevolmente ridotti». Tale distinzione tra insider e outsider provocherebbe una preoccupante «segmentazione» del mercato del lavoro, perché le imprese si indirizzano verso i lavoratori con contratti standard flessibili o atipici perché quest'ultimi non godono delle stesse tutele degli insider soprattutto in uscita. Per risolvere il problema, la Commissione chiede agli Stati membri di «valutare ed eventualmente rivedere il grado di flessibilità previsto nei contratti standard per quanto riguarda i termini di preavviso, i costi e le procedure di licenziamento individuale o collettivo o la definizione di licenziamento abusivo»[3], cioè di «modernizzare» la legislazione del lavoro per favorire la transizione «tra le varie situazioni lavorative» sia dei lavoratori «integrati» che di quelli «esclusi». La relazione fra la «modernizzazione» del diritto del lavoro e la transizione «tra le varie situazioni lavorative» viene individuata un «ammorbidimento delle norme vigenti» soprattutto con riguardo alla disciplina del licenziamento. Per la Commissione, il presupposto economico sarebbe ragione sufficiente per individuare il nucleo problematico nella rigidità delle tutele in uscita degli «integrati»: la questione non è allora consentire agli «esclusi» di diventare «integrati» ma di ridurre le tutele dei secondi perché ciò favorirebbe l'ingresso sul mercato del lavoro dei soggetti «esclusi». Così, «neppure da insiders i lavoratori, in sostanza, dovrebbero godere della sicurezza del  posto di lavoro» perché «l'instabilità del rapporto di lavoro diventa regola»[4].

I lavoratori, reciprocamente concorrenti sul mercato del lavoro, sono costretti a vivere in una società civile che, sempre più deregolamentata, non può che ricordare lo status bellico dell'hobbesiano stato di natura. Al contempo, però, l'impresa assume sempre più un ruolo leviatanico: la sovranità assoluta, sia sulla società civile che nelle istituzioni politiche, è ottenuta chiedendo (e spesso ottenendo) la «modernizzazione» del diritto del lavoro cioè il progressivo ammorbidimento dei diritti e delle tutele dei lavoratori; in questo contesto, l'aggettivo assoluto non può che essere inteso secondo il proprio etimo di slegato, sciolto, evidentemente da ogni vincolo legislativo[5].

In sostanza, la flessibilità-precarietà, dopo avere colpito coloro che entravano sul mercato del lavoro, viene estesa a coloro che già si trovano sul mercato del lavoro in una posizione considerata «tutelata», cercando di eliminare la contrattazione collettiva. Non è più sufficiente avere compromesso la vita di coloro, giovani e donne in primo luogo, che tentavano di accedere al mondo del lavoro. Diventa indispensabile flessibilizzare-precarizzare anche chi possiede un contratto a tempo indeterminato, conquistato in forza delle battaglie sostenute dal movimento operaio negli ultimi due secoli. Tutele di cui il lavoratore è chiamato oggi a «vergognarsi», a «giustificarsi» da un pensiero unico, liberale o neoliberale che dir si voglia, come se la responsabilità dell'attuale fase di crisi del capitalismo fosse imputabile a lui. Non a caso, abbiamo progressivamente visto sparire, nella giurisprudenza degli ultimi anni e nella causa del lavoro, il favor lavoratoris al posto di una sorta di favor pecuniae: non solo è il lavoratore a dovere dimostrare di essere stato ingiustamente licenziato (e non il datore di lavoro) ma la reintegrazione sul posto di lavoro viene sostituita da un indennizzo economico.

Che la responsabilità della crisi economica sia attribuibile alle tutele del lavoratore è una posizione palesemente ideologica, in termini marxiani. Falsità che lo stesso amministratore della Fiat Sergio Marchionne, evidentemente in un lapsus, smaschera affermando che il vero problema non è il costo del lavoro[6]. Piuttosto, è il processo di finanziarizzazione dell'economia che rende sempre meno conveniente l'investimento nelle attività produttive. Essendo il capitale divenuto sempre più «impaziente», il guadagno degli investitori si concentra sulla compravendita delle azioni che vengono scambiate sul breve termine, senza aspettate la divisione annuale degli utili. Investitori che, evidentemente, non sono interessati allo stato di salute dell'impresa sul lungo periodo. Le vicende di Pomigliano e Mirafiori hanno anche un valore simbolico: servono a dimostrate la forza del capitale sul lavoro, consentendo l'aumento della fiducia degli investitori e l'aumento del valore azionario della Fiat[7]. Non casualmente, dopo il referendum di Pomigliano, Marchionne ha licenziato tre delegati sindacali della Fiom dello stabilimento Sata di San Nicola di Melfi, in ricordo di quanto faceva Cesare Romiti alla fine degli anni settanta. I delegati verranno poi riammessi in fabbrica ma non reintegrati nel loro ruolo, per renderli simbolo del destino nel quale possono incorrere i ribelli. Il conflitto capitale-lavoro è quindi vivo e vegeto, a differenza di quanto ha affermato lo stesso Marchionne al meeting di CL a Rimini il 26 agosto 2010; ne sono palese dimostrazione la diffusione della flessibilità-precarietà a tutti i lavoratori, ideologicamente indicata come exit strategy dalla crisi economica, la crisi del sindacato industriale e il progressivo smantellamento del welfare state.








[1] RCL. Ridotte capacità lavorative, film di Paolo Rossi, 2010.



[2] Striscione degli Studenti del Liceo Scientifico Primo Levi alla manifestazione della Fiom del 14 novembre 2010, ispirato dalla professoressa di filosofia Antonella Pagano.



[3] Com (2007) 708, in Delfino – Zoppoli, Flexicurity e tutele. Il lavoro tipico e atipico in Italia e in Germania, Roma, 2008, p. 190.



[4] Ibidem.



[5] Per inciso, non si può non ricordare la dichiarazione dell'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti, sul palco della Berghem Fest della Lega il 25 agosto 2010, secondo cui «Robe come la 626 [a legge sulla sicurezza sul lavoro] sono un lusso che non possiamo permetterci» (in «Libertà di Piacenza», 27 agosto 2010, p. 3). Tremonti, al di là dell'errore, stava facendo riferimento alla Direttiva CE 391/89, perché, nuovamente, è a partire dalla comunità europea che parte l'attacco al diritto alla salute dei lavoratori.



[6] Federica Cravero, Marchionne all' attacco? Preferiremmo parlasse del futuro di Mirafiori, in «La Repubblica.it», 25 ottobre 2010. Bisogna inoltre ricordare come l'impianto di Mirafiori abbia già subito dagli anni ottanta un enorme ridimensionamento del personale, portato da 55.000 a 5.500 unità.



[7] Produrre e lavorare meglio, con democrazia. Lettera di 46 economisti sul conflitto Fiat-Fiom, del 7 gennaio 2011, ora in http://temi.repubblica.it/micromega-online/produrre-e-lavorare-meglio-con-democrazia-lettera-di-46-economisti-sul-conflitto-fiat-fiom/.

Excerpt: di Adele Patriarchi «Stare alla catena di montaggio è come salire al contrario su una scala mobile e lavorare contemporaneamente» (Lavoratore della Fiat di Pomigliano)[1] «Vogliamo la libertà di declinare i verbi al futuro»[2] «Da grande non voglio fare il precario» (Striscioni degli Studenti alla manifestazione della Fiom del 14 novembre 2010) [space ] 1) La trasformazione del paradigma L’ideale lavoristico prevalente nel mondo occidentale, sino all’avvento del post-fordismo e del lavoro flessibile, è stato quello del lavoro vocato o vocazionale (A. Negri, Filosofia del lavoro, 7 voll., Settimo Milanese 1980-1982). Per lavoro vocato intendiamo che l’impegno in una attività professionale sia determinata dalle doti, dalle capacità, dalle predisposizioni con cui un individuo nasce.
Post date: 2013-03-25 11:34:41
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