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Girotti - Fichte. Breve sintesi della vita e del pensiero


Casa natale di Fichte a Rammenau

Casa natale di Fichte a Rammenau



Armando Girotti
Johann Gottlieb Fichte. Breve sintesi della vita e del pensiero

1. La vita e opere
Nasce in Sassonia (a Rammenau) il 19 maggio 1762 da una umile famiglia e nella sua prima infanzia alterna lavori modesti sia continuando l'occupazione del padre (tesseva nastri) sia accettando di farsi guardiano di oche. Ma, come spesso accade ai possessori di precoce talento accompagnati dalla fortuna, un nobile — il barone di Miltitz — si accorge di lui e lo mantiene negli studi filosofici. Si iscrive prima a Jena poi a Lipsia concludendo nel 1784 (anche se con qualche fatica a causa della morte del suo benefattore) il corso teologico. Gli si aprono due strade, l'ufficio religioso, come vuole sua madre (lo desidera pastore predicatore), oppure la professione di filosofo, a cui lo chiamano i suoi interessi. Si scopre la soluzione di questo dualismo leggendo gli Aforismi sulla religione e sul deismo, pubblicati in un periodo successivo, dove emergono elementi della filosofia kantiana: nell'intimo dell'uomo possono ben convivere sia lo spirito religioso sia quello filosofico, pur nella distinta specificità dei due campi.
All'età di 26 anni, per potersi mantenere, accetta l'incarico di precettore a Zurigo dove coltiva la lettura di Rousseau e di Montesquieu e frequenta Pestalozzi, avvicinandosi alla pedagogia. Vi abita per due anni, incontra una apprezzata giovane, Giovanna Rahn, che poi sposerà.
Nel 1790 si porta a Lipsia dove la profondità del pensiero kantiano lo eccita così grandemente da indurlo a spedirgli uno scritto Critica d'ogni rivelazione che Kant legge apprezzandone il contenuto tanto da inviarlo al suo editore; costui, non intendendo l'intenzione di Kant, tesa a valorizzare il pensiero di questo giovane, lo pubblica anonimo (1792). Che l'opera valesse veramente o che i dotti l'abbiano presa come uno scritto di Kant, sta di fatto che la mancanza di indicazione dell'autore fa la fortuna di Fichte; diventa famoso in un battibaleno tanto da essere chiamato nel 1794 all'università di Jena, dove Schiller insegna storia, a succedere a Reinhold sulla cattedra di filosofia. Nel frattempo (1793) Fichte abbozza il suo pensiero politico (Contributi per rettificare i giudizi del pubblico sulla Rivoluzione francese) che verrà precisato tre anni più tardi (Fondamento del diritto naturale secondo i principi della dottrina della scienza). Egli rivendica il primato dei valori della coscienza individuale; denuncia la libertà di pensiero come unica condizione valida per il progresso dell'uomo, privilegiando il diritto civile sul naturale. Infatti, se da una parte il suddito ha il diritto di rescindere un contratto sociale quando lo stato venga meno ai suoi compiti (su questo tema si vedano le posizioni di Locke e di Hobbes, nonché quelle di Rousseau e di Montesquieu ai quali mentalmente egli si rivolge), dall'altra l'uomo può dirsi titolare di diritti solo nel momento in cui egli vive in una società. La simpatia per il giacobinismo non irretisce però il filosofo come invece accade al movimento quando si inserisce nel vissuto dei popoli germanici; si pensi al movimento contadino della Sassonia del 1790 o al tentativo di Georg Forster di introdurre nel principato vescovile di Magonza degli ordinamenti repubblicani (1792-93) oppure alla rivolta dei tessitori della Slesia (1793), avventure tutte represse dal governo prussiano. Il pensiero politico di Fichte in seguito si consoliderà nei Discorsi alla nazione tedesca, conferenze che il filosofo tiene — a partire dal 1807 — nell'anfiteatro dell'Accademia delle Scienze di Berlino per 14 domeniche consecutive durante l'occupazione francese (pubblicate l'anno seguente).
Il suo insegnamento svolto a Jena (1794) manifesta l'atteggiamento di apertura dimostrato da Fichte nei confronti della cultura; in effetti, se da una parte tiene un corso per ‘addetti ai lavori' (che pubblica come Fondazione dell'intera dottrina della scienza, dall'altra apre al pubblico un corso di lezioni sulla Missione del dotto.
Sempre a Jena, tra il 1795 e il 1798, volendo specificare il pensiero esposto nella Fondazione dell'intera dottrina della scienza pubblica tre opere, il Compendio di ciò ch'è proprio della dottrina della scienza rispetto alla facoltà teoretica (nella quale tratta la teoria della conoscenza), Fondazione del diritto naturale secondo i principi della scienza (dove sviluppa la teoria del diritto), Il sistema della dottrina morale secondo i principi della dottrina della scienza (in cui espone la teoria etica). Nel 1798 la sua opera Sul fondamento della nostra fede in un governo divino del mondo gli provoca l'accusa di ateismo per la quale gli viene tolto l'insegnamento all'università di Jena. In quest'opera Fichte sostiene che il mondo è regolato da norme che non gli sono esterne; non avvengono per opera di un Dio trascendente, ma immanente, che egli vede come ordine razionale. Se ne va a Berlino (1800), dove frequenta alcuni gruppi romantici gravitanti attorno alla rivista «Athenaeum» e dove pubblica Lo stato commerciale chiuso, opera con la quale il filosofo intendeva dare completezza al suo pensiero attraverso una teoria politica, economica e sociale nella quale egli vede lo stato come una struttura che ha l'obbligo di assicurare ad ogni cittadino lavoro e proprietà. Viene chiamato poi presso la università di Erlangen (1805); purtroppo la perdita della città (con la pace di Tilsitt 1810) da parte della Prussia, costringe Fichte a ritornare a Berlino dove l'università appena fondata lo chiama. Qui prima fruisce della docenza di filosofia poi viene addirittura eletto rettore dell'università.
Quattro anni dopo (1814) muore a causa di un'epidemia di tifo.

2. Il pensiero
Dal primato dell'attività pratica alla metafisica: L'uomo nella sua vita è in continua tensione con se stesso perché da una parte mira a riflettere sulle cose razionalmente (attività teoretica), dall'altra a dominare le difficoltà e le sue inclinazioni (attività pratica); quindi procede in un continuo superamento degli ostacoli. A dire il vero questi ultimi, finché non vengono posti dal soggetto, non sono neppure dei problemi; lo diventano nel momento in cui vengono interiorizzati in vista di un perfezionamento personale (vuoi secondo l'ordine conoscitivo/teoretico o secondo quello pratico). L'attività del soggetto è sostanzialmente uno sforzo, una tensione infinita che si realizza nel superamento del limite che lo costringerebbe alla finitezza se lui non reagisse; anzi non si realizzerà mai perché questa tensione è sempre presente verso il superamento di ciò che abbiamo già conquistato; si pensi ad esempio al desiderio di realizzare (sia per quanto riguarda la nostra conoscenza — attività teoretica — sia per quanto riguarda il nostro comportamento etico — attività pratica) ad esempio i nostri progetti, quando si conclude? Mai perché l'uomo è sempre in crescita, ottenuto un successo se ne pone un altro. Tra le due attività, teoretica e pratica, anche per Fichte, come per Kant, il primato va assegnato a quella pratica; la conoscenza ha sì un suo valore, ma relativamente a quanto è utile per la scelta pratica del soggetto; è la scelta quella che spinge l'uomo a conoscere; una scelta per agire.
Tra perfezione e perfezionamento, dunque, si comprende quale sia da preferirsi per Fichte: è il secondo termine, che indica movimento, attività, mentre il primo indica immobilità e staticità, quella staticità propria della filosofia dogmatica che intende definire l'essenza di ogni realtà singola bloccando il viaggio verso il sapere. Alla staticità rappresentata dall'essenza noumenica (quella di Kant, cioè) Fichte oppone la dinamicità del movimento idealistico che risolve il reale nella dialetticità (ogni soggetto si pone un oggetto, un problema, da superare); questa dialetticità si manifesta nella ricerca di unità che abbraccia non solo i vari “io”, i vari soggetti del proprio tempo, ma anche quelli che erano e che saranno, con ciò pensando ad un “Io” che rappresenta l'Umanità, tutto il genere umano che può riconoscersi nella sua storia. La storia dell'Umanità dunque può essere espressa come un Assoluto che abbraccia in sé ogni singolarità.
La concezione metafisica: Immaginando di voler definire l'Assoluto dovremmo poterlo comprendere, ma come può l'uomo, un sottoinsieme di un insieme ben maggiore, racchiudere ciò che lo travalica? Se è Assoluto, deve essere assolutamente primo. Proviamo a guardarci dentro a questo Assoluto, spiegandolo come si fa con un foglio di carta accartocciata; usiamo però il procedimento di Fichte (Principi fondamentali di tutta la scienza). Se è assolutamente primo egli è un'entità, un “Io” che non ha ancora nessun “tu” con cui confrontarsi; anzi è un “Io” che nel momento in cui pensa a sé può solo dire: “Io sono Io”, che tradotto in una formula potrebbe essere Io=Io, il che equivale a dire l'Io si autopone, cioè l'Io pone se stesso (1° principio di identità). Di solito i manuali scolastici partono da questa frase che se non è spiegata i termini più semplici non si capisce che cosa voglia dire. Essa invece vuol dire, esemplificando con quanto accade a noi stessi, che se non ci guardiamo allo specchio non sappiamo come siamo; l'io ha bisogno di guardarsi per riconoscere di essere qualcosa. L'esempio è banale, ma se lo applichiamo alla nostra psiche, solo se ci chiediamo “chi sono io?” possiamo conoscerci. In altri termini vuol dire che solo se l'Io si pone un problema, questo problema può essere risolto, altrimenti se non se lo ponesse, allora quel problema non esisterebbe. Se ci poniamo come problema allora avviene che anche noi ci riconosciamo come psichicamente esistenti. Fichte ipotizza, dunque, l'autocoscienza come primo atto di questo Io; però, così facendo, l'Io pone una dialettica tra l'Io che riflette e l'Io come risultato della riflessione; si sdoppia in un Io e in un riflesso dell'Io (come se fosse la sua immagine allo specchio); potremmo dire che c'è da una parte un Io primigenio (in termini fichtiani l'Io puro), dall'altra qualcos'altro che potremmo chiamare Non-Io. Tutto ciò, tradotto in una formula, potrebbe essere detto in questi termini: l'Io, nell'Io, oppone all'Io un Non-Io (2° principio di opposizione). Cioè solo se il problema entra nel soggetto questo lo può risolvere, ma è il soggetto stesso che si pone il problema, non il mondo circostante. Fichte non nega il mondo circostante, ma dice che è l'io a scegliere quale problema porsi di fronte a quella realtà. Se tutto ciò lo abbiamo visto da un punto di vista gnoseologico, ora c'è un altro risvolto etico. Questo Non-Io, riandando a quanto abbiamo detto nella sezione precedente, rappresenta un limite per il primitivo Io che si è diviso dialetticamente in due posizioni antitetiche (tesi la prima, antitesi la seconda). L'Io vuole superare questo limite per dirsi libero (fino a quando c'è dinanzi a me un limite io sarò limitato; se supero il limite, allora mi riconosco libero). Nel processo di superamento di questa opposizione l'io cerca di suddividere il Non-Io in tante particolarità (in tanti sottoproblemi) che possano dimostrare la finitezza del non-io; e questo lo può fare perché dentro di sé l'Io si pone divisibile (ricordiamo le categorie kantiane che permettono all'uomo di suddividere la realtà in tanti settori rispondenti ciascuno a precise domande sulla sua qualità, quantità, relazione, modalità). Facciamo un esempio: L'io aveva posto un non-io, cioè un problema che doveva necessariamente essere superato se voleva raggiungere la sua libertà; ecco che l'io si pone il problema di andare al cinema, ma fino a che non è andato quello resta il suo problema. Allora l'io (che ha dentro di sé le categorie per suddividere l'oggetto in tante sezioni) dice: “con chi vado? In quale sala cinematografica? Come vado, in tram, in bus, a piedi, mi porto dietro i soldi, ecc…” Questo significa che l'io è capace di suddividere la realtà, il problema, perché lui è il detentore di questa possibilità divisoria (con le categorie). Ecco la terza formula fichtiana: l'Io oppone all'io divisibile un non-io divisibile, ma lo pone dentro di sé e quindi l'Io, nell'Io, oppone all'io divisibile un non-io divisibile (3° principio di ragione). Queste formule non hanno una cadenza storica evolutiva — quasi fosse un Dio aristotelico che pensa a se stesso e si oggettiva o un Dio cristiano che poi crea —, ma sono tre principi logici, cioè tre espressioni della mente che possono essere comprese meglio se applicate alla realtà nella quale viviamo; con la prima l'uomo ha coscienza di sé, della sua esistenza, del fatto che sta vivendo; con la seconda si accorge del limite che risiede in lui e che può essere rappresentato ad esempio dal fatto che il suo sapere non è immediato, ma mediato dallo studio delle cose; con la terza che questo studio si differenzia in mille rivoli, mille discipline (lettere, matematica, fisica, arte) e queste possono essere affrontate in quanto il soggetto ha dentro di sé strutture diverse.
A parte la chiave di lettura che abbiamo dato, facciamo due riflessioni su questa metafisica. Senza dubbio la rivoluzione copernicana di Kant trova in Fichte la sua avanzata attuazione; non mancano le differenze; rimane l'attivismo kantiano che motiva l'uomo a cercare sia con la ragion pura sia con la ragion pratica anche se scompare la contraddizione tra l'io che pensa (io teoretico) e l'io che deve seguire un dettato normativo (io pratico); al dogmatismo rappresentato dalla fissità del noumeno, anche se non conoscibile ma comunque posto reale da Kant, Fichte contrappone la dialetticità dei principi logici che per lui diventano l'anima della realtà; la trascendenza ancora presente in Kant qui si è trasformata in immanenza spinoziana con un marcato risalto antropocentrico. Forse la sua dialetticità resta senza soluzione per il fatto che non prevede una sintesi dei due momenti rappresentati da tesi e antitesi.
Post date: 2014-11-18 14:39:52
Post date GMT: 2014-11-18 13:39:52

Post modified date: 2017-05-25 09:07:09
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