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Diario spagnolo di Stefano Scrima


25 Gennaio 2013
Averroè e la Spagna ai tempi del Corano: chi pensa è immortale, chi non pensa muore
Due le questioni, tornate giustamente in auge in questo XXI secolo di “mescolamenti” e globalizzazioni, sulle quali vorrei si riflettesse:
1) il mondo è meticcio, ovvero non esistono etnie, sangui, tradizioni pure e originarie, e
2) quando parliamo di meticciato dovremmo anzitutto riferirci alla cultura, che oltretutto – come storia e tradizione – è un qualcosa di sfuggente e fluido, un oceano (apparentemente) uniforme e maestoso, che deve il suo vigore al continuo nutrirsi d'acque fluviali che in esso si fondono.
Detto questo è da sapere che, come tutte le altre culture del mondo, anche quella spagnola (quella che oggi conosciamo) risulta essere l'unione di più energie, di stili di vita e concezioni del mondo differenti, che generazione dopo generazione, senza far rumore, andarono sedimentandosi nei cuori dei nuovi abitanti della penisola; e che se potessimo tornare indietro nel tempo e passeggiar per le vie della Cordova di Seneca non la riconosceremmo affatto, e nemmeno il filosofo romano l'avrebbe riconosciuta sette secoli dopo la sua morte. L'uomo, preso singolarmente, rimane essenzialmente sempre lo stesso, ma ciò che muta le sue condizioni di vita, per cui si produce un cambiamento sensibile, quello che alcuni chiamano “progresso”, è l'alchimia che va creandosi nelle comunità, la scintilla che s'accende nell'unione tra differenti personalità, abilità e immaginazioni (qualità dovute a un'infinità di variabili: dal clima alla geografia fino al puro e semplice caso).
Dunque, com'era la Cordova del XII secolo? Non si parlava né latino né castigliano, bensì arabo. Fu infatti nel 711 che i musulmani invasero la penisola iberica riuscendo in pochi anni, dopo aver sconfitto e scacciato visigoti e altri pretendenti, a proclamarsi nuovi “padroni” di quelle terre; il loro dominio non fu eterno – lo vediamo bene oggigiorno –, ma lasciò tracce incancellabili in quella che chiamiamo “cultura spagnola”. L'egemonia araba incise sulla tradizione in formazione – perché la tradizione è sempre in formazione – degli iberici (o di quelli che lo sarebbero diventati) come lo avrebbe fatto qualsiasi altra, creando così nuove prospettive di pensiero e stimoli vitali.
“Principe” del pensiero della Spagna araba (chiamata al-Andalus da cui viene Andalusia), ma anche uno degli ultimi esponenti del pensiero islamico di terra spagnola, fu di certo il cordovano Averroè (vero nome: Ibn Rushd, 1126-1198), giudice, medico, matematico, astronomo e soprattutto filosofo innamorato dell'insegnamento di Aristotele; soprannominato “Il Commentatore” proprio per i suoi commenti all'opera (per Averroè fonte di verità) dello stagirita.
Difese il ruolo della filosofia (aristotelica in primis) nel perseguimento della verità – che è una sola – contro i “fondamentalisti” religiosi (Al-Ghazali) che non vedevano, per tal fine, altro che le pagine del Corano. È vero: l'Islam è la religione perfetta e il Corano fonte di verità assoluta, ma ciò non significa che filosofia e scienza siano menzogne: sono semplicemente, per Averroè, un'altra via, visibile a pochi, per giungere alla luce. Le verità espresse dal Corano e quelle espresse da Aristotele in forma scientifica sono essenzialmente le stesse, soltanto che le prime sono intelligibili, a tutti accessibili, mentre le seconde solo agli “iniziati al pensiero”, gli abili nell'interpretazione dei simboli sacri.
Averroè è ricordato anche e soprattutto per la teoria dell'intelletto attivo e passivo: noi percepiamo gli oggetti sensibili attraverso, appunto, i nostri sensi, ma soltanto mediante l'azione di un intelletto agente (che è eterno e custode degli universali) sulla nostra immaginazione, sul nostro intelletto passivo (anch'esso eterno ma al quale partecipiamo solo fin quando i nostri sensi “funzionano” – non siamo dunque anche noi immortali) arriviamo a cogliere il valore universale della realtà, ovvero, astraendone le caratteristiche, a riconoscere realmente gli oggetti. Così è possibile la comunicazione tra gli uomini.
Il processo del conoscere è dunque un processo mediato: l'intelletto agente trasforma potenza in atto, la percezione di immagini sensibili in immagini intelligibili. Di qui nascono scienza e filosofia, oltre a tutti i tentativi (sfortunati) degli uomini di arrivare a conoscere Dio, intelligenza ultima e infinita, vetta delle vette, che nel pensiero islamico come nel cristiano garantisce ordine e gerarchia nel mondo. E non è infatti un caso che il pensiero averroista influì, per secoli e secoli, anche sugli “infedeli” cristiani.
Se potessimo tornare indietro nel tempo e passeggiare per le vie della Cordova del XII secolo, quella di Averroè, forse, a pensarci bene, riconosceremmo qualcosa della Spagna attuale, e lo stesso vale per il filosofo arabo, che, scavando un po', riuscirebbe a riconoscersi nella Cordova del XXI secolo, che, in fin dei conti, altro non è che lo stesso suolo che gli ha dato da mangiare e che egli stesso a contribuito a far germogliare.

 

6 Gennaio 2013
Seneca, lo spagnolo: "I mali che fuggi sono in te". María Zambrano e la "ragione materna"

Fu María Zambrano, altra celebre spagnola, fra i primi a ricordare e, in un certo senso, rivendicare lo “spagnolismo” del grande Seneca. Perché in lui ritrovò quella figura paterna che tanto le richiama il suo Paese e la sua cultura, la calda attenzione e l'affetto verso i suoi figli e fratelli, la sua gente. Ed è infatti un'atmosfera famigliare quella che incontriamo oggi nella lettura dell'opera lasciataci dal filosofo, interessata al lato concreto della vita, dedita all'istruzione degli uomini al buon vivere: filosofia come vita filosofica, come misura pratica e morale.
Seneca, nato a Cordova, in Spagna, intorno all'anno zero, si trasferì a Roma in giovane età dove si interessò da subito alla filosofia, restando particolarmente affascinato dallo Stoicismo: uno stile di vita meditativo e valoroso, alla ricerca della serenità, di un modo – che è saggezza – per resistere alle passioni deleterie, verso un continuo perfezionamento interiore. E in un'epoca del genere, di smarrimento e abbandono, in cui ben poco spazio era riservato alle libertà civili limitate dallo strapotere imperiale, quello che serviva all'uomo era un maestro, un maestro di vita.
Più che filosofo, politico o tragediografo, Seneca fu infatti una guida per gli uomini del suo tempo, “naufraghi della ragione” – di quel Logos platonico che fu troppo distante, troppo astratto, per razionalizzare il vivere quotidiano – e per questo bisognosi di una nuova ragione che potesse consolarli, dalla morte, della malattia, della povertà; una ragione che sia virtù, accettazione estrema di questa vita. Zambrano parla a tal proposito di “ragione materna”, consolatrice, appunto; e che cosa ci si aspettava da un padre, un maestro, come Seneca?
Bisogna rassegnarsi all'ordine di questo mondo, senza inseguire il sogno impossibile di cambiarlo, abbandonare l'assoluto per il concreto e pensare la vita come un dono che un giorno dovrà essere riconsegnato, senza rancore, al mittente. E dunque far un buon uso delle cose e della vita, ma non dimenticar di che materia son fatte. Appreso questo si sarà appreso a esser liberi, perlomeno interiormente, e a condurre una vita buona, lontana da dolori superflui.
Vivere è un'arte, un accordo musicale facile alle stonature. Seneca questo lo sapeva bene e sapeva bene anche che, vivere, non è affatto facile. La sua salute cagionevole, le due condanne a morte e l'esilio in Corsica, l'educazione di Nerone, poi rivelatosi cattivo allievo, e la calunnia finale che lo costrinse, per rimanere fedele alla sua morale, a darsi la morte, possono insegnare ancora molto all'uomo contemporaneo. Di sicuro che la vita è una lotta e che, se non la si accetta, non si vive.

 

Dicembre 2012
Salamanca

Guardando fuori dal finestrino del treno mi è definitivamente chiaro il perché Sergio Leone girasse i suoi western in Spagna: la terra sembra infuocata anche d'autunno e la linea dell'orizzonte è sempre perfettamente orizzontale. La mia destinazione di oggi è Salamanca: qui si trova la casa, nonché museo e, soprattutto, biblioteca/sala di ricerca, di Miguel de Unamuno (1864-1936), il “filosofo” di cui mi sto occupando in questo periodo madrileño. Sarò infatti per qualche mese di stanza a Madrid, alla ricerca di materiale e aria buona per scrivere la mia tesi specialistica.
Tuttavia il mio interesse per cultura e filosofia spagnola non si esaurisce certo con Unamuno – personaggio che alla gran parte di voi, forse, suonerà sconosciuto, ma vi assicuro che qui lo conoscono tutti. Va oltre, abbraccia tutto quel che di buono (o di cattivo) ha proposto la Spagna delle lettere in secoli e secoli di lotta per guadagnarsi un posto d'onore nella letteratura universale.
C'è da dire che dal punto di vista filosofico quel che ci accomuna agli spagnoli è un marcato complesso d'inferiorità nei confronti di Francia, Germania e Inghilterra. Il fatto che la storia del pensiero moderno – perlomeno quello dominante – passi per questi tre paesi è poco discutibile: le idee di Stato, giustizia e società sono, in maggior misura, opera loro. Ma ciò dimostra soltanto il motivo per cui da noi la filosofia spagnola sia poco considerata, non che non sia degna d'attenzione e, in alcuni casi, straordinariamente originale e precorritrice di tendenze.
Nasce così l'idea di raccontarvi qualcosa della storia della filosofia di questo Paese attraverso i suoi più grandi personaggi, darvi alcuni spunti che possano spingervi a lettura e approfondimento di autori ingiustamente “adombrati”, o in altri casi, come quello di Seneca, visti sotto diversa luce. Se si vuol conoscere l'anima di un “popolo”, bisogna andarla a cercare nei suoi pensatori, in coloro che dedicarono la loro vita a dargli la forma che oggi conosciamo.
Non so se esiste altro luogo in cui il nesso patria-filosofo (ma anche scrittore, pittore, contadino) sia stato più sensibile; soprattutto nel XIX e XX secolo il problema dello spagnolo è il problema della Spagna, e l'amore per la vita è l'amore per la terra dei mulini che sembrano giganti.
Ma la vera particolarità del pensiero spagnolo vorrei ce la spiegasse Unamuno: «La filosofia spagnola è fluida, ed è diffusa nella nostra letteratura, nella nostra vita, nella nostra azione, nella nostra mistica, soprattutto, e non in sistemi filosofici. È concreta». Egli stesso fu, oltre a “filosofo” e professore di letteratura e lingua greca, poeta, romanziere, drammaturgo e attivista politico; il tutto condito da una certa mania-passione per la figura di don Chisciotte, a suo dire, l'incarnazione del vero filosofo spagnolo.
Si dice spesso che il caldo sprona all'azione e il freddo a meditare; ma se per meditare si può anche star fermi, per agire bisogna comunque pensare. Ecco come nasce la filosofia (anche) in Spagna.
Excerpt: strong>25 Gennaio 2013 Averroè e la Spagna ai tempi del Corano: chi pensa è immortale, chi non pensa muore Due le questioni, tornate giustamente in auge in questo XXI secolo di “mescolamenti” e globalizzazioni, sulle quali vorrei si riflettesse: 1) il mondo è meticcio, ovvero non esistono etnie, sangui, tradizioni pure e originarie, e 2) quando parliamo di meticciato dovremmo anzitutto riferirci alla cultura, che oltretutto – come storia e tradizione – è un qualcosa di sfuggente e fluido, un oceano (apparentemente) uniforme e maestoso, che deve il suo vigore al continuo nutrirsi d’acque fluviali che in esso si fondono. Detto questo è da sapere che, come tutte le altre culture del mondo, anche quella spagnola (quella che oggi conosciamo) risulta essere l’unione di più energie, di stili di vita e concezioni del mondo differenti, che generazione dopo generazione, senza far rumore, andarono sedimentandosi nei cuori dei nuovi abitanti della penisola; e che se potessimo tornare indietro nel tempo e passeggiar per le vie della Cordova di Seneca non la riconosceremmo affatto, e nemmeno il filosofo romano l’avrebbe riconosciuta sette secoli dopo la sua morte. L’uomo, preso singolarmente, rimane essenzialmente sempre lo stesso, ma ciò che muta le sue condizioni di vita, per cui si produce un cambiamento sensibile, quello che alcuni chiamano “progresso”, è l’alchimia che va creandosi nelle comunità, la scintilla che s’accende nell’unione tra differenti personalità, abilità e immaginazioni (qualità dovute a un’infinità di variabili: dal clima alla geografia fino al puro e semplice caso).
Post date: 2012-12-09 18:52:09
Post date GMT: 2012-12-09 17:52:09

Post modified date: 2014-09-15 19:19:41
Post modified date GMT: 2014-09-15 17:19:41

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